'A Màschira Storia
anno 1964 - 'A Màschira a Pozzo Leone - San Filippo del Mela
Giovanni Ragno (scacciùni classe 1950) dichiara: “Mio Padre Domenico mi diceva che suo nonno Peppe Picciò – nato nel 1875 - partecipava “‘a Màschira” e che quest’ultimo gli raccontava che anche suo nonno vi aveva partecipato” Viene documentato, in questo modo, che ‘a Màschira si realizzava già nella prima metà del 1700 ma vi è ragione di credere che la Maschera Cattafese abbia origini ancora più antiche.
I cattafesi danno del significato della Màschira diverse interpretazioni, tutte condivisibili e tutte…straordinariamente belle.
Qualcuno racconta che, poiché a quei tempi i feudatari usavano praticare lo jus prime noctis (il diritto di prima notte) le ragazze che andavano in sposa – che “conoscevano” i loro mariti solo dopo il matrimonio – dovevano trascorrere la prima notte di nozze in compagnia del signorotto locale.

“‘a màschira” – anno 1964
I contadini non possedevano nulla (“….mio nonno ha lavorato un sacco di vigna ma non ha mai posseduto nessuna botte..”) ed erano sfruttati dai potenti (“…qui tutti hanno tirato il grano e lasciato l’erba…”).
Ecco che, quindi, la povera gente, nel giorno di Carnevale, diceva “basta!” ai feudatari, al padrone. In questo giorno particolare, indossati i panni di Scacciùni il pover’uomo scacciava ogni tirannia, vivendo l’illusione di una vita di libertà. Carnevale rappresentava quindi “Il giorno della Liberazione”… principi, baroni, conti, padroni… a ognuno si poteva dare una nerbata in questo giorno… perché era consentito!!
Altra interpretazione del significato della Màschira è quella che la indica come una festa carnascialesca: uomini (metà di essi travestiti da donna) andavano a ballare nelle case, dove piccole orchestrine tradizionali rallegravano in musica le serate attenti ai “comandi” di un “mastru i ballu”. Quindi, danza e controdanza. Qualcuno ricorda esistere, all’epoca, anche le “strane coppie” ossia delle coppie di ballerini così formate: dama: uomo travestito con abiti femminili in occasione del carnevale; cavaliere: donna travestita con abiti maschili in quanto era l’unico modo per andare a ballare con gli uomini senza farsi notare (alle ragazze non era infatti concesso “mischiarsi” agli uomini durante il ballo).
La terza ipotesi è che i Cattafesi nel giorno di Carnevale volessero, con questa rappresentazione, ricordare la vittoriosa battaglia sulla via “Cucugghiàta” e la definitiva scacciata dei turchi. La danza diventava, quindi, rito demonizzante, assumendo il senso di un ballo liberatorio dentro al quale dissolvere ansie e paure, angosce e timori, traendone in cambio, nuova forza, vigore e positiva energia.