12-18-19 Febbraio 2012 a CATTAFI

 

Carnevale

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‘U SCACCIUNI

mascera Scacciùna

Scacciuni - anni ’30

Pare che fosse il 1544 quando un’orda di Turchi, con a capo Hjerdiss Barbarossa – ammiraglio di Solimano I – sbarcati “’a Sàja(l’odierna frazione Archi del Comune di San Filippo del Mela), prese la strada che conduceva al monte Makkarrùna, alla cui sommità sorgeva la fiorente città di Santa Lucia del Mela.
Durante il cammino, saccheggi e devastazioni. Ma sulla via dell’antica strada “Cucugghiàta” (che ancora oggi collega Archi e Cattafi), un manipolo di contadini di Cattafi (anticamente:Ktèfiu o Catafiù),  “armati” di soli attrezzi da lavoro - vanghe, tridenti, bastoni – ai quali vennero in soccorso il barone Balsamo (del feudo di Camastrà) ed alcuni cavalieri - respinse i Turchi costringendoli a riprendere la via del mare.
La cruenta battaglia, che lasciò sul campo molte vittime da entrambe le parti, si concluse con la supremazia dei Cattafesi, che riuscirono nell’impresa disperata di “scacciare” gli invasori turchi. Da quel momento – si racconta – prese a usarsi il termine “SCACCIUNI” teso ad indicare, appunto, l’uomo coraggioso, il paladino della giustizia.
In segno scaramantico, per buona sorte forse, i vincitori presero ad indossare, in determinate occasioni, i costumi dei vinti. Si trattava di curiosissimi abiti variopinti costituiti da un gonnellino di stoffa pregiata indossato a ridosso di un pantalone corto, portato sopra al ginocchio, dello stesso tipo di stoffa, orlato da ricami di grande pregio; una camicia (perlopiù rossa o bianca) sulla quale incrociavano nastri multicolori; scarpe, lunghe calze e guanti bianchi. Ma il particolare più interessante era costituito dal copricapo: un lunghissimo cappello a forma di cono, alto ben oltre il metro, dotato di un’anima di canna ricoperta di stoffa pregiata, ornato di pietre preziose, dalla cui sommità si dipanavano una miriade di lunghi nastri colorati.

Maschcera cattafese

Scacciùni e Cavalèri – anno 1965

Si ricorda che gli “Scacciùna” fecero le loro prime apparizioni durante le feste di paese. In tali occasioni ad indossare il caratteristico costume  erano i cosiddetti  “Capubastùni” ossia una sorta di piccoli boss di quartiere, i quali, forse in questo modo, usavano fare sfoggio di unicità.
La tradizione vuole che gli “Scacciùna” usassero accompagnare all’altare le giovani spose, a garanzia della loro illibatezza e, sicuramente, anche in segno di “protezione”. Addirittura, si narra che scoraggiassero – con metodi invero poco urbani – finanche i tentativi dei giovanotti provenienti dai paesi vicini, tesi a conoscere le ragazze cattafesi le quali, a quei tempi, pare dovessero trovare marito solo tra i compaesani. Altra versione vuole, invece, che fossero proprio gli “Scacciùna” a fare da garanti nei confronti dei giovani forestieri che capitavano a Cattafi in cerca di ragazze da marito. 

Carnevale cattafese

I “Scacciùna” a “protezione” della “Fioraia”

Fece così la sua comparsa, tra le mani dello “Scacciùni”  un particolare inedito: “‘u nèrbu di vitèddu”. Si trattava di una vera e propria arma di difesa-offesa costituita dal prolungamento interno del pene del vitello che essiccato, attorcigliato e “trattato a sale” diventava un micidiale frustino. “’U nèrbu” era, all’epoca, spesso usato in diverse famiglie, dai genitori, quale metodo punitivo nei confronti dei figli disubbidienti; addirittura questo arnese veniva posto, sovente, in bella vista – appeso al muro – quale deterrente, volto a scoraggiare sul nascere azioni poco gradite al padre.
Adesso ogni anno, nel giorno di Carnevale, questa figura unica nel suo genere, come per incanto fa la sua apparizione per le strade del paese, spina dorsale di una pantomima antichissima le cui origini si perdono indietro nei secoli: “’A MÀSCHIRA”.


     
     

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